Jacqueline Saburido, una donna
Oggi ho scoperto casualmente la storia di Jacquelina, una ragazza di origine venezuelana che oggi vive a Louisville, nel Kentucky, e che ha più o meno la mia età. Studiava Ingegneria Industriale nel Venezuela e aveva deciso di andare un po’ di tempo negli Stati Uniti per imparare l’inglese (impressionante il parallelo con la mia esperienza). Una storia di vita ed una storia di speranza, nonostante tutto.
Jacqui ha un incidente stradale durante il suo soggiorno ad Austin (Texas) nel 1999, tornando a casa dopo esser stata in un locale con gli amici. Un giovane quasi coetaneo ubriaco investe lei e la sua auto con un SUV, provocando la morte sul colpo di due amici che stavano in macchina. Lei rimane intrappolata dentro l’auto e per 45 secondi il suo corpo brucia nelle fiamme, provocandole ustioni del terzo grado sul 60% del corpo (una percentuale con cui si può facilmente morire).
Jacqui, una bella ragazza di 19 anni, rimane sfigurata. La sua faccia viene mangiata dalle fiamme, così come le sue dita delle mani. Passa diversi mesi costantemente sedata, tra la vita e la morte. Negli anni successivi il padre la accudisce a tempo pieno, perché da sola non riesce a fare nulla. I mesi di totale immobilità le lasciano i muscoli atrofizzati, perfino piegare il braccio per eseguire esercizi di fisioterapia, per stimolare l’elasticità della nuova pelle, è una sofferenza. E’ quasi cieca, vede un po’ meglio dall’occhio destro, ma il sinistro è più critico perché il fuoco ha divorato la palpebra e deve mettere collirio ogni 45 minuti. La notte ogni due ore il padre si sveglia per lacrimare comunque quell’occhio.
Poi, con un’immensa forza di volontà, piano piano con i mesi e gli anni le cose migliorano. Piccoli successi, piccole vittorie nelle mille battaglie quotidiane per raggiungere l’indipendenza. Con pazienza, a minuscoli passi, pazienza e forza, pazienza e forza… Jacqueline non è un’eroina, è solo una ragazza come tante altre, non era nata per essere una martire. Ma riesce. Riesce nella sua vita, nel ritornare poco a poco una persona, se non felice, almeno con momenti di buon umore.
Dopo 50 interventi chirurgici, i medici sono riusciti a costruirle una specie di palpebra, non deve più mettere il collirio così spesso. Le hanno staccato i monconi di dita della mano che si erano saldati con la ricrescita della carne: ora riesce a stringere una penna e a mangiare da sola con una speciale forchetta. Riesce anche ad usare il computer e a scrivere le email, seppur premendo un carattere alla volta. Non deve più mettere la tuta nella parte superiore del suo corpo, ma solo sul bacino e sulle gambe. Riesce a dormire, senza preoccuparsi di danneggiare l’occhio col cuscino. Ha anche avuto un trapianto di cornea, vede meglio.
Ha ripreso gli studi in Inglese (motivo per cui era venuta negli Stati Uniti) e li ha conclusi grazie anche a chi la aiutava a prendere gli appunti o le faceva le fotocopie ingrandite dei libri di testo. E’ una persona attiva, partecipa ad incontri e campagne contro l’alcol alla guida, sta pensando di scrivere un libro sulla sua storia. Spera un giorno di raggiungere l’indipendenza necessaria per poter tornare a casa in Venezuela.
Cosa può lasciarci di buono questa storia? Quali risposte? Perché il destino sceglie alcuni di noi a caso e ne fa tragedie simili, senza alcuna colpa? Io personalmente ho capito tre cose:
- il bene più prezioso, la voglia di vivere e di dare il massimo possibile, va coltivato dentro giorno per giorno, poiché nessuno ce lo può dare da fuori;
- l’amore dei propri cari non ha prezzo;
- le battaglie contro l’alcol alla guida vanno sempre sostenute.
Il sito internet di Jacqueline raccoglie donazioni (non ha l’assicurazione sanitaria). Pubblico l’indirizzo, ma le immagini contenute sono altamente impressionanti e ne sconsiglio la visione a chi è sensibile.

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